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Lisa Ghilarducci

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1


Nonna Aurelia

 

Iside si chiamava. E pensare che per tanti anni non si era chiesta cosa significasse il suo nome. Poi un giorno, scoprendolo, rischiò di lasciarsi sopraffare dalla paura di non esserne all’altezza.
Sua madre aveva tanto combattuto per farle avere quel nome.
La Dea Iside.
Una Dea, niente di meno. Come si fa ad avere il nome di una Dea e vivere tranquilli?
Ma all’età di 12 anni scoprì che nei paesi di lingua spagnola molti ragazzini si chiamavano Jesus. Questo la rilassò.
Poverini. Pensava fra sé e sé: nei paesi latino americani tutti sanno a chi ci si riferisce quando si dà nome ad un bambino Jesus. Penseranno di dover fare miracoli!
Dopotutto quindi era fortunata, dato che dalle sue parti il nome di una Dea egizia non era poi così conosciuto da farle sentire il peso di aspettative troppo grandi per le sue piccole povere spalle di essere umano incarnato e sempre in combutta con la vita. All’età di 17 anni, poi, quando si rese conto che un giorno avrebbe voluto avere figli, si ripromise, anche per mettere momentaneamente fine ad un discorso poco prolifico con se stessa, che se ciò fosse successo si sarebbe presa la responsabilità di dar loro nomi meno impegnativi, nomi che non necessitassero di tante auto-interrogazioni.

La sua vita da tempo si svolgeva in modo monotono.
Vista da fuori, perlomeno, doveva sembrare così.
A volte le cadeva l’attenzione sulle persone che aveva vicino e:
se erano sempre nello stesso impiego per più di 330 giorni l’anno,
se parlavano sempre delle stesse cose e
se gioivano soltanto quando per una sera partecipavano ad una cena animata da una discussione divertente o da qualche esagerazione,
le veniva immancabilmente di dare lo stesso verdetto che molti probabilmente davano a lei: MONOTONIA.

VITA AFFLITTA DA TENACE MONOTONIA.

Così aveva iniziato a chiedersi cosa volesse dire avere una vita non monotona.
Dipenderà da cosa si fa, probabilmente, tutti i giorni!
Non saprei…
Sembrava quasi che fare cose diverse non garantisse affatto una mancanza di monotonia.
Anzi! Andrea lavora in un posto diverso ogni settimana, a Laura danno un compito diverso ogni tre mesi, Paolo non fa altro che lamentarsi del fatto che non collabora con la stessa persona o con lo stesso gruppo per più di due settimane. E io li sento continuamente bugnare: sempre annoiati, insoddisfatti.
Col tempo giunse alla convinzione che per sfuggire ad una vita monotona fosse fondamentale pensare, più che fare, qualcosa di diverso.
Non sarà allora la varietà di quello che capita fuori a dare gioia dentro. Già! In effetti ci sono persone anziane sposate da più di 50 anni che non sembrano annoiarsi mai, altre che fanno lo stesso lavoro da tutta la vita e quando vanno in pensione sentono che inizia a mancare loro qualcosa e si buttano giù e… e Nonna Aurelia allora?
Gestisce quel negozietto pidocchioso da sempre, vende sempre i soliti articoli, vede più o meno sempre le stesse persone, snocciola sempre la stessa settimana eppure, non lo so… le vedo sempre una strana luce negli occhi. Come se dentro fosse vivace, o avesse risorse… segrete… boh!
Fu allora che decise di voler imparare da loro. Da quelli che si sentivano vivi pur non avendo troppi stimoli dall’esterno. Quelli che rivendicavano, quasi per un diritto di nascita, la libertà di essere deliberatamente felici in quanto esseri senzienti e mentalmente selettivi.
Fu in quel momento che approfondì l’amicizia con Nonna Aurelia, la proprietaria del negozio di accessori per calzature accanto a quello di articoli sportivi in cui era stata assunta un po’ di tempo prima da un simpatico, comprensivo, a volte amorevolmente burbero, padre di famiglia sulla cinquantina: Mario.
Nonna Aurelia l’aveva colpita esattamente la seconda volta che l’aveva vista. Fu quando entrò in una mattina scarsamente affollata e le chiese di andare nel suo negozio per qualche minuto per aiutarla a spostare scatoloni. Mario le disse un: “Vai pure” veloce a cui aggiunse, dopo un secondo, che anzi gliene sarebbe stato grato visto che era preoccupato che Nonna Aurelia facesse sforzi esagerati.
“Sai Iside, dopotutto l’età avanza”, le disse, strizzandole l’occhio mentre Nonna Aurelia faceva finta di mettere il broncio. Iside la seguì lanciando un timido “volentieri” in aria, sicura che Mario l’avrebbe raccolto da qualche parte. Uscì lieta perché le veniva offerto un diversivo in una mattina così noiosa e rimase leggermente interdetta quando entrando nel negozio della vicina non trovò niente fuori posto. Nonna Aurelia in realtà aveva da mettere su uno scaffale due piccole scatole che pesavano quasi niente. Se le fece passare e le sistemò, guardando con arguzia Iside negli occhi, attendendo che capisse che aveva usato una scusa plateale per poterla avere tutta per sé per qualche minuto. Iside non impiegò molto tempo a capirlo ma perse alcuni secondi a chiedersi se fosse il caso di affidarsi. Si rese immediatamente conto che lo sguardo bonario di Nonna Aurelia non lasciava spazio ai dubbi. Questa donna gioviale, materna e perspicace voleva soltanto fare una conoscenza autentica con la nuova commessa del negozio accanto. In effetti la chiamavano Nonna Aurelia perché nei suoi decenni da commerciante si era presa cura di tutti, in quei due isolati di strada adiacenti alla piazza del mercato. E lo aveva fatto con zelo, soprattutto con i giovani che entravano a fare le loro prime esperienze lavorative con lo stesso timore con cui una vergine entrava, secoli addietro, nella camera nuziale preparata a festa da qualcuno che non conosceva e si apprestava a cercare di superare quel primo momento così imbarazzante e doloroso il più velocemente possibile.
Era grata a Nonna Aurelia per essersi presa la briga di venirla a chiamare. Appena spostate le due scatole la fece andare nel retrobottega e le versò una tazza di tisana profumatissima alle erbe che le inumidì il viso mentre se ne stava lì sopra con gli occhi chiusi ad annusarla, avvolta in una magia dei sensi. Pensò che la forza di quel profumo la stordisse tanto perché nelle ore di lavoro non era predisposta mentalmente a vivere momenti piacevoli. Lì, nel retrobottega della Nonna, era facile lasciarsi travolgere da questa ondata di profumo. Si chiese se fosse il caso di tenere un po’ di compostezza, già che non si conoscevano affatto ma scacciò questa idea subito per godersi il momento in compagnia di una signora così gentile e amorevole che voleva solo coccolarla un po’. Fu richiamata alla realtà dalla risata calda e sommessa della Nonna che con orgoglio si vantava di aver saputo selezionare le erbe più giuste per lei. Poi nei pochi minuti che seguirono le rivolse domande molto generiche sulla famiglia, sui suoi lavori precedenti, sulle scuole che aveva frequentato, le chiese se aveva un fidanzato e se si era trovata bene con Mario durante la prima settimana di lavoro. Lei rispose molto sinteticamente a queste domande perché arrivarono con un ritmo molto incalzante. Quando la Nonna smise di parlare Iside si accorse di aver finito la tisana e la pausa che seguì le fece capire che era il momento di tornare al lavoro. Il tempismo con cui le aveva fatto le domande ed Iside aveva terminato di bere non era casuale. Così si alzò e se ne andò ringraziando e gustando questa strana ma avvolgente sensazione di essere completamente gestita da un’altra persona nei tempi e nelle azioni. Rientrò in negozio e notò una cliente che stava cercando qualcuno per fare domande su una scarpetta da danza classica che teneva in mano, così si avvicinò e le rispose con un rimasuglio di quel profumo nelle narici. Mario arrivò, uscendo dal piccolo magazzino sul retro, perché aveva sentito la voce della sua nuova commessa, sorpreso di non essersi accorto dell’arrivo della cliente. Iside pensò che quella era la seconda volta nel lasso di un minuto in cui aveva avuto modo di notare un certo sincronismo negli eventi e si chiese di sfuggita come sarebbe stato bello poter avere controllo sul tempo.

Da quel giorno Iside non vide spesso Nonna Aurelia. Non spesso quanto avrebbe voluto. Nei momenti di solitudine in negozio aveva diverse volte ripensato al benessere strano che l’aveva accompagnata nel breve periodo vissuto in compagnia di questa donna così sensibile e sensitiva. Si rese conto che avrebbe voluto farle tante domande: sulla tisana che le aveva offerto, sulla sua famiglia, sulla sua identificazione con il proprio lavoro… Sarà per via dell’altro giorno ma, una donna così, non sarebbe più felice in un’erboristeria o qualcosa del genere?
Si chiese scuotendo la testa e rendendosi subito conto che ancora una volta si stava perdendo in domande sciocche che non avrebbero dato nient’altro alla sua mente che stanchezza ed insoddisfazione. Quando era sola il pensiero le scappava spesso su cose inutili che la impegnavano in modo sterile. Così aveva iniziato a cercare di controllarsi e a mandare la sua mente in luoghi più produttivi, tipo la spesa da fare, il cane da portare dal veterinario, o più piacevoli, lo spettacolo che avrebbe visto il mese seguente o il balletto che più l’aveva colpita all’ultima rassegna di danza contemporanea dell’estate precedente.
Era da sempre che le apparteneva la voglia di monitorare i propri pensieri perché aveva la strana e a volte sconfortante sensazione che da essi dipendesse tutto quanto, nella sua vita. Ma aveva anche l’incoraggiante convinzione che dopo tutto, con un certo esercizio e con molta disciplina, avrebbe potuto imparare a indirizzarli dove preferiva tentando col tempo di migliorare il proprio mondo.
Un giorno, girottolando in internet su catene di siti che apriva uno dietro l’altro per cercare qualche linea guida, le cascò l’occhio su una frase al centro di un paragrafo. Diceva come i grandi uomini della storia recente avessero in comune l’abitudine di leggere le biografie dei grandi del passato: volevano scoprire il loro modo di pensare e l’atteggiamento che avevano nei confronti delle sfide che la vita presentava loro. Già, l’atteggiamento. Non ci avevo mai pensato… È ovvio, l’idea di pensare in un certo modo avrà pure dei riflessi importanti sull’atteggiamento con cui ‘sti personaggi di rilievo hanno vissuto!
Così, come faceva di solito, provò per un paio di minuti a pensarci su, poi mollò tutto e lasciò cadere questo impegno nel vuoto, fiduciosa nel fatto che al momento giusto le sarebbe capitato di notare esattamente ciò che l’avrebbe aiutata a capire questo aspetto in modo completo.
Si rese conto che guardare come Nonna Aurelia l’aveva portata di là senza una ragione valida le stimolava domande sull’atteggiamento con cui otteneva ciò che voleva.
Ma i giorni passavano e Iside si chiedeva come mai Nonna Aurelia non l’avesse più richiamata.

Stava iniziando a sentirsi un vago miglioramento climatico fuori, indicatore del fatto che la primavera si sarebbe preparata a incontrare di nuovo la grande massa di esseri umani su questo pianeta. Così, con la felpa chiusa fino al collo, uscì sulla strada a respirare a fondo per riempirsi di ossigeno inodore. Il marciapiede era vuoto e perfettamente assolato. Fuori dalla porta del negozio di accessori per calzature c’erano due piantine ancora senza fiori che venivano curate dalla mano esperta della sua vicina. Le venne la tentazione di andare verso lo specchio di vetro centrato sulla porta di legno che se ne stava chiusa, quieta, un metro più in dentro rispetto alla facciata, dotata di un campanellino che avvisava dell’arrivo dei clienti. Attraverso un riflesso del sole sul vetro intravide con fatica qualcosa che si muoveva sullo sfondo. Era il braccio generoso di Nonna Aurelia che si dimenava come se stesse salutando la partenza di un enorme bastimento dalla banchina del porto. Lei mise a fuoco e ricambiò timidamente con la mano all’altezza della spalla che si piegava di qua e di là con impacciata lentezza. Ma adesso, sempre con gesti ampi e forti, la Nonna le faceva cenno di entrare come se stesse scavando con un braccio meccanico nel terreno sabbioso. Iside si voltò per un impercettibile attimo verso il negozio di sport per farle capire che non poteva lasciare incustodito l’ingresso e si affrettò aprendo la porta con delicatezza e mettendo dentro solo la testa. Nonna Aurelia esultante le disse che la stava aspettando da tanto tempo e che voleva che passasse a trovarla non appena Mario fosse rientrato dalle sue commissioni, tanto la mattinata era deserta. Aggiunse: “Se ti fa storie digli di venire qui da me ma non te ne farà.” Iside rispose con calma che sarebbe passata volentieri più tardi e ritirò la testa come una tartaruga richiudendo la porta e ascoltando echeggiare i campanelli che con calma andavano a fermarsi mentre lei rientrava in negozio. Mario arrivò quando lei stava finendo di servire un cliente che per qualche minuto era rimasto indeciso fra due kimono neri apparentemente identici ma con una sostanziale differenza nello spessore del tessuto e nel prezzo. Quando si fu deciso per quello più leggero, si recarono alla cassa dove Mario consegnò lo scontrino al cliente e lo salutò cordialmente. Nel frattempo Iside era tornata a mettere a posto l’altro kimono e, una volta sgombrato nuovamente il tavolo, si avvicinò a lui chiedendogli il permesso di andare dalla Nonna. Non fece nemmeno in tempo a dire che era stata lei a chiederle di andare, che Mario aveva già detto 'sì' e si era rituffato, con gli occhiali appoggiati in punta di naso, sui conti che gli aveva consegnato il commercialista.
Lei uscì con una strana sensazione di leggerezza e andò da Aurelia. Fu lieta di trovarla sola, come sempre, senza neppure un cliente. Come farà ad essere sempre sola e riuscire comunque a tirare avanti? Entrò, sentì l’odore acre ma avvolgente dei solventi del lucido da scarpe. Le sembrava di non averlo sentito la prima volta che era stata lì. Forse Nonna Aurelia aveva lasciato la porta aperta per andarla a chiamare e l’odore si era dissolto, forse lei era troppo intenta a seguirla e ad essere efficiente con i fantasmagorici scatoloni, boh! Fatto sta che si era persa un dettaglio così invadente come questo odore forte, un odore che le era sempre piaciuto ogni volta che l’aveva sentito andando dal calzolaio.
Lasciò i suoi interrogativi a metà mentre richiudeva con cura la porta. Nonna Aurelia si alzò lentamente dopo aver appoggiato accanto alla cassa lo spesso libro che stava leggendo. Uscì da dietro il banco, lungo sì e no un metro e mezzo, e l’abbracciò affettuosamente. Fu la prima volta che Iside sentì l’odore di pulito fiorito che usciva dagli abiti della Nonna. Non le era mai stata così vicina da poterlo sentire. Dell’abbraccio le rimase in mente il calore delle sue mani grandi sulla schiena e la sensazione di toccare un corpo tonico con una muscolatura ancora attiva e volenterosa. Si chiese per la prima volta quanti anni avesse. Strano non averci mai pensato prima.
“Quanto tempo hai, cara?”
“Non lo so. Di là non ci sono clienti ma non posso comunque restare troppo.”
“Vieni.”
La seguì nel retrobottega, oltre la tenda di perline, dove il bollitore sbuffava per le ultime tre volte prima di staccare e permettere ad Aurelia di maneggiarlo.
Le fece provare un the nuovo.
“Un the adatto a questo momento“, disse.
Iside si chiese fra sé e sé: sarà adatto a questo momento dell’anno o del giorno o della settimana? O a momenti con questo tipo di tempo meteorologico? Boh!
Mentre bevevano il the, Iside non ebbe modo di fare le domande che aveva a lungo meditate nei giorni passati. Era troppo presa dal profumo avvolgente del suo nuovo the e dalla benefica sensazione di lasciar guidare questa donna esperta. Rimasero in silenzio per un po’. Anche Nonna Aurelia sembrava meno curiosa rispetto alla prima volta. Ad un certo punto Iside si fece coraggio e le chiese:
“In che senso mi aspettava?”
“Hai visto il film “La spada nella roccia” di Walt Disney?”
“Sì,” rispose lei.
“Ti ricordi quando Semola arriva da Mago Merlino e questo gli dice che lo stava aspettando dopo averlo visto precipitare sulla sedia, sotto il buco nel soffitto di paglia?”
“Sì.”
“Ecco più o meno in quel senso lì.”
“Ha nipoti?”
“Sì, due: Lorenzo e Giulia. ”
“Abitano nelle vicinanze?”
“No, sono a Milano. Perché me lo chiedi?”
“Mi chiedevo come mai conoscesse così bene un cartone animato della Disney.”
“Ah, certo! No, non è per i miei nipoti, li guardo a volte anche con loro ma la verità è che questi lungometraggi della Disney li ho sempre adorati. Li ho visti e rivisti al cinema quando sono usciti e quando sono stati restaurati e poi, quando sono diventata più tecnologica, ho comprato i dvd. Mia figlia mi ha regalato un lettore in modo che i miei nipoti non si annoiassero troppo quando venivano a trovarmi. Però non mi piace per niente quello che i ragazzi guardano oggi. Siccome sarebbe toccato anche a me stare lì a guardare la violenza che si trova in quasi tutti i dvd che portavano da Milano, sono stata ben felice di riguardare con loro i vecchi film, quelli che ancora erano disegnati a mano dai maestri.”
“Ah, capisco… Particolare che una donna della sua età sia appassionata ai film della Disney.”
“Tu dici?”
“Sì, ma in senso buono, intendo.”
La risata fragorosa di Nonna Aurelia risuonò come una melodia vivace e si spense in pochi secondi.
Il tempo era quasi terminato, come il the del resto.
Iside fece per andare al piccolo lavello di ceramica profondo, di quelli che di solito si usano all’esterno per lavare gli stracci e mentre cercava qualcosa per lavare la tazza ancora calda, se la sentì togliere di mano da Nonna Aurelia che dolcemente le disse di non stare a pensarci, avrebbe fatto tutto lei la sera prima di chiudere, come sempre.
L’accompagnò in negozio e l’abbracciò nuovamente dicendole che l’avrebbe aspettata nei giorni seguenti. Iside tornò verso la porta e si sentì chiamare per la prima volta per nome da lei. Si fermò, con in mano la maniglia prima ancora di averla abbassata e si girò con occhi interrogativi. Quando gli sguardi si incrociarono Nonna Aurelia le chiese: “Qual è la tua passione, Iside?”
Lei rispose senza esitare: “La danza.”
Nonna Aurelia aggiunse: “Non te lo dimenticare mai, in nessun momento della giornata.”
Iside le sorrise e fece cenno di sì con il capo. Poi abbassò la maniglia, aprì la porta e uscì. Quando fu sul marciapiede si girò e il saluto con la mano le riuscì più sciolto rispetto a quella stessa mattina. Vide attraverso il riflesso del vetro gli occhi sorridenti di Nonna Aurelia, si girò e tornò in negozio ad aspettare che arrivasse la pausa pranzo senza distrarsi dalla sua passione principale. Come un’allieva devota aveva già iniziato a mettere in pratica il primo insegnamento della sua nuova maestra di vita. Non sapeva dove tutto questo l’avrebbe portata ma la sensazione di benessere interiore in quel momento le diceva che sarebbe approdata in un bel luogo seguendo i suoi consigli.

 

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